Assaggi

Piccoli brani tratti dalle opere presenti nel catalogo 9muse 


Spazzolini. (Tratto da "Uomini e donne: maneggiare con cura")

Mica posso spiegare all'uomo dei miei sogni che lo spazzolino da denti, romanticamente accanto al suo, è il primo sintomo che la nostra relazione sta diventando importante, né che forse mi piace casa sua. Lo spazzolino come rito di passaggio: igiene dentale sì, ma un po' esoterica.
Quell'oggetto slanciato, dai colori improbabili e dalla tecnologia innovativa, almeno secondo la pubblicità, rappresenta una parte di me stessa. Per il maschio il segnale d'occupazione del territorio sono i calzini abbandonati in giro per l'abitazione e rigorosamente odorosi, una chiara traccia olfattiva che ha origini nell'animo selvatico dell'uomo, quasi un gatto adulto e non castrato che marca ogni angolo di pipì.
Se c'è un uomo in una casa di femmina, poi, la tavoletta del wc è sempre alzata: una posizione della (per lui) inutile copertura, che evidentemente è inscritta nel suo dna. L'uomo inventa varie e improbabili scuse per tenerla alzata, per esempio che è un modo per far fare ginnastica ai muscoli delle braccia femminili!

Radiografia. (Tratto da "Uomini e donne: maneggiare con cura")

Mi chiamo Giada, 40 anni, ho un lavoro da impiegata ed una vita tranquilla. Ecco, forse non del tutto appagata sarebbe il termine più adatto, ma non bisogna puntualizzare troppo.
Nicola, mio marito, è un vero uomo. Sì, di quelli che non cedono mai. Naturalmente ne vado fiera, specie quando siamo in giro. Lo vedo come lo guardano le altre. Un tipo tosto, palestrato, che ruba sorrisi ad ogni femmina. 'Questo è uno da orgasmo multiplo', mi sembra di sentirle sussurrare. Ed è vero. Cioè, anche a me piacerebbe tanto averne più di uno, ma non è il caso di puntare il dito.
Il nodo sta proprio qui: puntualizzare, puntare il dito, rovina un rapporto. Tende a snaturarlo, rendendolo complicato, estremamente difficile da gestire.
Suonano bene queste parole. Non sono mie ma, avendo sposato lo sputa-sentenze, concedendogli ingresso gratis al paradiso, nonché pulizie e amore a vita, mi posso anche permettere di citarlo impunemente.

Una canzone dei Beatles. (Tratto da "Uomini e donne: maneggiare con cura")

In quel momento partì una canzone dei Beatles. Beh, sì, c'erano anche loro, con gli stivaletti e tre chili di capelli cadauno, a tenerci compagnia.
Non riuscii a capire subito che canzone fosse. Cioè, la conoscevo, vuoi o non vuoi le canzoni dei Beatles le conosci tutte per forza. Però non ricordavo il titolo.
"Sai che canzone è?" domandai a Bruno.
"Mmmhhh... credo si tratti dei Bee Gees."
"Oh, merda... forse era meglio che non te lo chiedevo."
Frank ci servì altri due boccali.
"Come si fa," dissi, "ad essere così ferrati sul cinema e non capire un cazzo santo di musica?" "E chi lo sa..." rispose il buon vecchio cinefilo.
Fu allora che dalla porta del locale entrò Alice. Bella come sempre. Ma non soltanto quello. Alice non era solo una bella ragazza dai capelli biondi. Alice aveva un che di particolare nel modo di parlare, nel modo di gesticolare. C'era qualcosa nel modo in cui si muoveva e nel modo in cui sorrideva, proprio come dicevano i Beatles nella canzone che ascoltavamo in sottofondo.
Alice s'avvicinò a me e al mio compagno fan dei Bee Gees, con quel suo nonsocchè di eccitante e allo stesso tempo ingenuo, e con tutta l'eleganza che la contraddistingueva disse: "T'ho trovato finalmente, brutto stronzo!"

Gentile Signor Sicario. (Tratto da "Albina usa un dentifricio spermicida")

Gentile Signor Sicario,

chi Le scrive è una mamma di 63 anni; ho preso il suo recapito su una rivista dal parrucchiere, e ho potuto capire dal suo annuncio di quale professione Lei si occupa, perché solo noi donne possiamo comprendere i segreti che si nascondono dietro il miracolo della vita ed in questo caso anche della morte.
Vengo subito al dunque, perché Lei Illustrissimo avrà certamente molte cose da fare.
Vorrei che Lei sterminasse la mia famiglia.
Vorrei che Lei ponesse fine ai miei consanguinei.
Ma Le premetto alcune questioni che mi stanno a cuore.
Sono una donna all'antica, Signor Sicario, mi sono sposata a 19 anni perché aspettavo il primo figlio e Lei può immaginare che a quell'epoca il matrimonio riparatore in certi casi era d'obbligo.

I casi della vita. (Tratto da "Albina usa un dentifricio spermicida")

I sobbalzi del pullman erano piacevoli almeno quanto i colpetti regolari di Furio quando al lunedì, mercoledì e venerdì ci faceva l'amore.
Hop – hop – hop... sembrava un cavallino da trotto, e se non fosse stato sempre così ridicolo, sarebbe stato atroce per ogni donna.
I suoi genitori certo dovevano avere un macabro senso del sarcasmo per aver avuto la fantasia di chiamare Furio una persona che di furioso aveva solo l'innata mira di pisciare fuori dal water. E Michela puntualmente si chiedeva quale straordinaria abilità può avere un uomo nell'andare a centrare proprio lo spazietto infinitesimale tra la tavoletta e il muro, dove la scanalatura fra le mattonelle diventa porosa e irraggiungibile per qualunque donna delle pulizie.
Michela pensava a questo suo fidanzato dalla scriminatura dei capelli così precisa sulla destra, che ormai era diventata congenita e bilanciava in modo accademico la sua testa a pera. Lo vedeva addormentarsi la sera e svegliarsi la mattina perfettamente pettinato, scriminatura a destra. Anche quando facevano l'amore lei aveva provato a insinuare una mano in quella fila decisa di capelli ordinati, ma nulla, gli rimaneva comunque un solco delineato come il guscio di una noce.
Michela pensava, quel giorno. Durante l'uscita con gli studenti.

Terribly Polite. (Tratto da "Ventitré paia d'occhi")

Parcheggio di Via Guernica.
L'appuntamento per le ore 11:30 Post Meridiane.
Serata umida, ma non ci si può aspettare altro da una serata nella bassa.
Con la solita scusa del "Ti devo parlare" ci eravamo dati appuntamento lì, in un posto poco illuminato e mode-ratamente tranquillo. Se c'è tanta luce, e devo discutere di cose importanti con qualcuno, sembra che le parole, prima di uscirmi dalla bocca, ristagnino tra la lingua ed il palato in preda ad una sorta di fotofobia.
Erano le 11:28 e io ero lì in macchina ad aspettare che arrivasse. Pochi minuti e parcheggia l'auto di fianco alla mia, spegne i fari, scende. Ha il cappotto marrone, cappot-to che ho trovato decisamente attraente, un tempo.
Sale sulla mia auto, si sistema.
Io lo fisso, cercando di assumere l'aria più algida che posso, la mia bocca è morbidamente chiusa, non serrata. Non voglio fargli vedere la collera che mi scorre dentro.
In macchina, lei e lui.
Lei: viziata e solare. Lo ha amato, o almeno crede di averlo fatto, nel modo più altruistico possibile. Fino a che, un giorno, un suo amico non le aveva detto la verità. Shtock! Mazzata tra le scapole. Aveva boccheggiato per un po', tipo pesce azzurro durante la stagione della frego-la, lo aveva fissato (l'amico) e gli aveva detto: "Beh... grazie" e se n'era andata.
Lui: viziato e cortese. Provava a fare tutto quello che era possibile per accontentarla, ovviamente non ci riusciva mai. Non perché non ne avesse le capacità, ma perché le donne sono creature incontentabili, languide ed esigenti. Non odiava l'amico che cavallerescamente le aveva detto come stavano le cose. L'odio non era nel suo stile. L'odio richiede molto impegno e dedizione. Troppo faticoso.
Io ovviamente nella storia sono quella con gli occhi verdi e la bocca sofficemente chiusa. Imperturbabile.
Lui mi fissa per un po', le sue pupille che mi ricordavano due caramelle succhiate, uno sguardo tipo quello del pesce azzurro durante la stagione della fregola. Siccome arguisce che non ho alcuna intenzione di schiudere le mie morbide labbra inizia lui.
"Ma perché fai così?" Gli attacchi non sono mai stati il suo forte.
"Così come?" Risposta, anzi, domanda volutamente stupida. Presuppone una certa indisponenza, cosa che Lui non sopporta, soprattutto da me.
"Lo sai eccome! Così. Come stai facendo. Sei fredda". Ah, ah, ah. Ma davveeeero?!
"Guarda che mi sto comportando nel modo più normale possibile". Mi sentivo come una vespa molesta. Lo detestavo per quello che mi aveva fatto. Stupido uomo.
"No, non è vero! Tu non sei così. Lo so IO e lo sai anche TU".
"Mi sto comportando come ti meriti".  Imperdonabile caduta di stile.
"Cosa vuol dire come mi merito?" Anche se il discorso che stavamo facendo in macchina era piuttosto coinvolgente ed acceso, ci terrei a precisare che Lui non alzava mai la voce. Troppo faticoso.
"Ti tratto come ti meriti, brutto idiota! Dopo quello che mi ha detto il tuo amico hai ancora il coraggio di accampare delle pretese?" Io, essendo vespa, alzavo la voce, ECCOME.
"Ma IoTiAmo". Precisazione: 'Io ti amo' di solito veniva fuori durante le discussioni nelle quali io lo stavo sbranando selvaggiamente e Lui, con la flemma da puzzola dei cartoni della Warner, tirava fuori questa frase congelando le mie sinapsi. Amava definirsi un Dostoevski del tempismo. Dostoevski aveva un PESSIMO tempismo per quanto ho capito.

Brezza. (Tratto da "Ventitré paia d'occhi")

Se avete voglia di immergervi in una deliziosa storia d'amore, fatta di sguardi e di parole d'affetto, lasciatevi trasportare da questa brezza fino al numero 47 di via dei Ciliegi. Accarezzando l'erba e i frondosi rami di cipresso vi porterà in una casa, in un salotto, dove due giovani stanno per celebrare i loro primi sei mesi di fidanzamento.
Come mosse da una mano invisibile le tendine di cotone accarezzano i vetri delle finestre e la brezza arriva a scompigliare i capelli dell'uomo sul divano per poi proseguire il suo giro leggero. Fermatevi un attimo, osservate la scena: l'uomo sdraiato sul divano, mosso da un impercettibile fremito, si rizza a sedere e improvvisamente esclama: "Cesira! Hai finito di stirarmi le mutande?"
Scusate, forse abbiamo sbagliato interno. Anche la brezza può confondersi.

Io e la bastarda. (Tratto da "Ho preso in mano quella fotografia e...")

Ho preso in mano quella fotografia e... non volevo credere ai miei occhi!
Ma perché, mi domando, la frequento ancora? E, soprattutto, perché mi ci faccio pure fotografare insieme? Come se la differenza tra noi due non fosse, di per sé, lampante! Guardatela: è splendida, la Bastarda! Già, perché la mia migliore amica si chiama Sara ma, confidenzialmente, la chiamo la Bastarda, visto che ha le cosce che sono la metà dei miei avambracci e mangia, in un solo giorno, il necessario annuo al Burkina Faso.
Sono decenni che patisco questa situazione! Lei, già a 12 anni, era affascinante, snella e alla moda come le ragazze copertina di "Cioè" e io, beh, io non sarei andata bene nemmeno per fare il "Golosastro" nella pubblicità della girella! Ammettiamolo, checché ne dica mia madre, io, esteticamente, sono molto diversa dalla Bastarda. Come potrei spiegarmi? Ecco, diciamo che ci sono persone, come la suddetta Bastarda, che mangiando a guisa di vacche restano acciughe e persone, come la sottoscritta, che mangiando un'acciuga diventano delle vacche!

Acquistalo sul Catalogo racconti

Lucide istantanee. (Tratto da "Ho preso in mano quella fotografia e...")

Ho preso in mano quella fotografia e ho cercato di annullarne i contorni con il fumo che usciva dalla mia bocca. Ho spento la sigaretta nel posacenere che tu avevi creato con i resti di una lattina di birra una sera di dicembre, davanti alla televisione, mentre i nostri corpi stanchi si lasciavano sprofondare tra i cuscini del divano. Quella foto era della stessa sera. L'ultima sera che ho sentito il profumo della tua felpa nera e i tuoi occhi riposti nei miei. E ora mi ritrovo qui, sola in questa stanza, e le mie mani tremano mentre cerco di dare corpo alle figure che s'imprimono su quel lucido fotografico. Sono piccole istantanee che sotto forma di pensieri scivolano lungo le mie vene per poi cadere su questo pavimento umido di pianto. La mia casa è un'immensa pozzanghera che aspetta solo di essere prosciugata dal sole.

Acquistalo sul Catalogo racconti

Come solo tu sai. (Tratto da "Ho preso in mano quella fotografia e...")

Ho preso in mano quella fotografia e l'ho bruciata.
L'ho trovata dopo dieci minuti di affannose ricerche in un cassetto della mia scrivania, in mezzo a documenti vecchi di qualche anno. Non sarebbe servito a niente appallottolarla e buttarla nel cestino. Ho preso dal tavolo il mio zippo satinato e l'ho bruciata partendo dall'angolo in basso a destra, l'ho inclinata perché bruciasse meglio e l'ho fatta cadere solamente quando già metà della foto era svanita in fumo. Quella fotografia era la chiave di tutto il mio malessere e credevo avrebbe messo fine alle mie costanti ansie e paure, nate la prima volta in quel primo agosto di tre anni fa, quando Lei, la Rossa, sconvolse la mia vita.

Acquistalo sul Catalogo racconti

Anno nuovo, vita nuova. (Tratto da "Profondo Noir")

Sono sveglia. Butto giù le gambe dal letto.
Il display della sveglia mi informa che sono le 11 e 07 a.m.
La testa fra le mani rifletto, immobile come uno specchio. Gli scuri sono aperti ma non si vede nemmeno l'ombra di una luce.
Decido che è meglio dare un'occhiata in giro.
In bagno non è cambiato quasi nulla: Federica e Roberto sono nella vasca e l'acqua è ancora rossa, torbida. Solo l'odore del sangue è un poco più deciso. Li tocco con un dito: prima lui, poi lei. Sono rigidi, del tutto.
Esco dal bagno e scendo lentamente le scale. Alessandro è riverso sul tavolo. Accanto a lui tubetti di medicine e bottiglie di liquori. Respira debolmente.
Chissà che fine ha fatto Sara... La cerco nel bagno di servizio. La porta è chiusa a chiave da dentro, la luce è accesa. Dalla serratura ne vedo una mano. Contratta, verdo-gnola. Sta ancora aggrappata al water. Ha preso candeggina e sgorgatubi prima di correre a chiudersi qui dentro. Quando sono andata a dormire gridava ancora.

Gridalo forte. (Tratto da "Profondo Noir")

Il casco mi va stretto. E' di Ciro, ma io tengo la testa più grossa. Se almeno potessi tenere la visiera alzata, forse andrebbe meglio. Ma Ciro dice che non se ne parla. E fa pure caldo. Mi sembra di stare in un forno. Sto troppo scomodo. Tengo il ferro tra i jeans e la pancia. Il calcio spinge contro l'inguine. La canna si è ficcata nell'interno della coscia, appena sotto le palle. Sto sudando, ma il casco è così stretto che le gocce di sudore neanche riescono a scorrere. Non sono nervoso, è solo 'sto caldo. E poi il casco.
Ciro guida a singhiozzo: accelera e poi dà due botte di freno. C'è traffico e noi andiamo un po' di fretta, ma la moto si muove agile tagliando in mezzo alle macchine. Seguo i movimenti di Ciro, accompagnando col culo e le gambe, ora a destra ora a sinistra. Non ho mai guidato una moto. Tengo lo scooter, un pezzo vecchio fatto di plastica. E' un 125, ma fino a oggi mi è bastato. Nel bauletto sotto al sedile ci metto le panette di fumo.

Con il cuore tra i coglioni. (Tratto da "Profondo Noir")

Questa notte nera come le tue ciglia e tu, Evelyn, dove sei?
Io sono dove devo, nell'ombra buia di questo fatiscente sottopassaggio. Il cuore batte novanta miliardi di colpi al minuto. Il motore non l'ho spento, pronto a sgommare via veloce come il vento, dove cazzo sei?
Luce opaca di lampioni illumina il baluginare costante della pioggia; mi ricorda una scintillante fontana di saliva: Dio che mi sputa contro dritto in faccia a ricordarmi con la sua eterna e sprezzante potenza che il tradimento non rimarrà impunito. Che brucerò all'inferno. Perché me l'hanno sempre detto che a giocare con il fuoco presto o tardi ci si brucia. Fanculo. Dopo quello che ho fatto, considero già un miracolo se non sto bruciando vivo qui in terra.
Mezzanotte è passata da un pezzo e io ti sto ancora aspettando, Evelyn.
Dio, fa che sia solo un ritardo, che non le sia successo niente.